Quattro giorni in Maine
banale pretesto per parlar male del federalismo (quello di casa nostra)
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L’esperienza insegna, e stavolta ad aspettarmi all’aeroporto Logan di Boston c’è l’auto che fa davvero al caso mio: una Ford Ranger 4x4 Extended Cabin. A differenza dell’auto che Monica ed io avevamo in Namibia, c’è un po’ di spazio dietro ai sedili per piazzare la macchina fotografica. Risorsa strategica: profittando di un impegno in Canada, ho ritagliato quattro giorni da dedicare ai celebri boschi del New England, che all’epoca della mia escursione (metà ottobre) sfoggiano una sontuosa livrea gialla ed oro. Ho scelto un percorso a zigzag per strade secondarie, lontane dai sentieri battuti; il 4x4 mi sarà molto più prezioso di quanto prevedessi. Il motore è un 3000 6V ed ha tutti i cavalli che occorrono, anche se nella migliore tradizione americana mi è parso alquanto assetato; la benzina in USA costa meno che da noi, è vero, ma la differenza si è assottigliata rispetto al passato, e il passaggio dalla colonnina non è più del tutto indolore. Non per nulla, la dimensione media della macchina americana si è parecchio avvicinata allo standard europeo, negli ultimi decenni. Il “mio” Ranger avrà il suo momento di gloria all’arrivo all’albergo di Québec ove si tiene la conferenza internazionale cui debbo partecipare: tra le vetture di rappresentanza tirate a lucido il 4x4 infangato sino alla cima dell’antenna si farà senz’altro notare (un véritable truck! commenta il Presidente dei notai canadesi). Una delle mie principali occupazioni, durante la breve permanenza canadese, sarà rispondere a chi mi chiede del mio itinerario. Mi consentirà di tirare il fiato tra uno sfottò su Berlusconi e l’altro.

Il Maine è davvero rosso ed oro come da copione, i laghetti sono di cristallo e basta allontanarsi di qualche miglio dai percorsi turistici più comuni per ritrovarsi in un’America da film. Le alci ti guardano dal bordo della strada. Le case sono tutte di legno, già abbondantemente provviste di zucche in vista di Halloween. L’incontro più frequente sono i camionisti con le camice a quadri che conducono sterminati trailers carichi di poderosi tronchi di legno; ti salutano incrociandoti e poi li puoi trovare in paese a bere una Budweiser. Mi considerano decisamente straniero dato che vengo dal Massachusetts  (la mia vettura aveva quella targa), e vagli a spiegare che sono italiano (what are you doing here ?!?). Passata la sorpresa sono entusiasti, con i consueti tentativi, goffi ma sinceri, di rendere omaggio all’ospite. Uno si concentra come per farsi tornare in mente qualcosa e poi si illumina: Del Piero! E’ il tempo che passa; quando avevo vent’anni, anche in pieno Sahara, il grido era uno solo: ItaliaPaoloRrrosssiiiiiii !!!!!

Che c’entra tutto questo con il federalismo? Al tempo.

Per un centinaio di miglia la mia strada si trova ad attraversare e riattraversare più volte il confine tra il Maine ed il New Hampshire. Ad ogni confine, una raffica di cartelli. Su uno si legge Qui in Maine abbiamo una legge veramente dura contro l’alcool al volante. Non saprei dire se ci sia un tocco di polemica, ma non mi sorprenderebbe: sulle autostrade del New Hampshire, in strategica localizzazione vicino ai confini, si trovano gli State Liquor Stores, evidentemente destinati a ben rifornire d’alcolici i guidatori che stanno per inoltrarsi negli stati vicini. L’amministrazione delle autostrade (Turnpikes) del New Hampshire se ne vergogna un po’, con suo merito, e sul proprio sito web sottolinea con energia di non trarre alcun introito da tale commercio.

Poco mi importa però degli aspetti folcloristici: in un certo Stato si possono comperare lenti a contatto senza prescrizione e nell’altro no, qui è vietato bere birra all’aperto e là no, l’età minima per la patente pare afflitta da moto sussultorio. Le differenze sono spesso irragionevoli se valutate in sé, meritandosi magari un motteggio à la Voltaire. Come diceva ? Vado a memoria: un homme qui voyage dans ce pays change de loi autant de fois qu’il change de chevaux de poste. Non sempre l’ironia è appropriata, peraltro. Mi sembra normalissimo che in Montana si possa guidare a 15 anni e nel New Jersey a 17: in certe aree dell’Unione sparsamente abitate, non avere la patente equivale ad una sorta di morte civile. Più che altrove, almeno.

Il fatto che ogni Stato abbia una legislazione a sé in moltissimi settori ha a mio avviso un merito davvero indiscutibile: quello, diciamo così, sperimentale. Un’innovazione può essere applicata in un contesto circoscritto, e se ha dato buona prova di sé trova facile diffusione in tutta l’Unione. In linea di principio questo è sicuramente positivo.

Un sottoprodotto meno apprezzabile è la cosiddetta race to the bottom. Se in un determinato Stato c’è una particolare libertà per determinate operazioni, la tentazione per gli altri Stati di adottare un simile approccio lassista è forte: in caso contrario, il pericolo è la fuga delle imprese verso lo Stato più permissivo. Il Delaware, ad esempio, è un piccolo Stato, ma ha una legislazione che attira le maggiori corporations americane, che colà hanno la loro sede legale. Un tempo il rifugio d’elezione era il New Jersey, ma quando il governatore Woodrow Wilson (futuro presidente degli Stati Uniti) promosse, all’inizio del ventesimo secolo, una legislazione più rigorosa, si ebbe una fuga di massa verso il tollerante Delaware. I recenti rovesci del mondo corporate americano hanno suscitato qualche maggior cautela, ma certo non per intima convinzione: gli operatori giuridici del Delaware si sono convinti che, se non fosse stato introdotto qualche temperamento, sarebbe intervenuto il legislatore federale con una legislazione uniforme per tutta l’Unione. E tutto vuole, la conventicola degli avvocati del Delaware, fuorché perdere una delle più strepitose vacche da mungere che la storia umana ricordi: l’esclusiva di fatto sulle vicende giuridiche del mondo societario americano.

Di nuovo: una legislazione più liberale è nella grande maggioranza dei casi un’evoluzione desiderabile, a mia opinione. Ma un conto è una sincera ispirazione liberale, altro affare è una legislazione alla mercé delle lobbies economicamente meglio dotate. Un esempio. Negli Stati che contano una o due grandi corporations, la legislazione è in linea generale pure molto tollerante salvo che per quanto concerne le scalate ostili. I capintesta della grande corporation di casa spediscono i loro lobbysti nella capitale dello stato, ed ottengono mano libera a tutto campo per i loro business (il famoso liberismo): unica eccezione (ma chi l'avrebbe mai detto) un feroce controllo delle scalate ostili, e cioè il meccanismo (liberista pure lui) che potrebbe rispedirli tutti a casa se non fanno bene il loro mestiere. Ma guarda un po’.

Una legislazione su piccola scala soffre sicuramente di un livello qualitativo più discutibile, sia in fase di creazione che di applicazione. Mentre viaggiavo in Maine un’emittente locale diffondeva un’informativa del governatore dello stato: una legge recentemente ritrovata (sic) vieta la vendita di alcol la domenica, salvo che le municipalità deliberino in senso contrario. Poche ore dopo veniva intervistato in diretta telefonica, da casa sua, un funzionario statale in pensione, che sembrava molto divertito della cosa. Una volta era effettivamente così, spiegava, ma un emendamento da lui stesso proposto e fatto approvare negli anni Ottanta aveva ribaltato il principio: l’alcol è in libera vendita anche la domenica salvo divieto locale.  Da quando sono andato in pensione, concludeva l’ex funzionario, non c’è più nessuno nell’amministrazione che conosca le leggi. Ricordava un po’ il Jack Nicholson di About Schmidt (in italiano: A proposito di Schmidt), ma sembrava decisamente meno livoroso.

Non sono così ingenuo da non sospettare che la legge stranamente “ritrovata” fosse funzionale a qualche obiettivo politico del Governatore (magari qualche debito elettorale …) ma è comunque difficile che tanta ruspante approssimazione possa regnare su scala più vasta. Non è ancora questo il punto, però. Provo a dirlo: l’uniformità legislativa è un valore in sé. Un imprenditore che in Italia desideri aprire attività in più regioni si muove in un contesto omogeneo. Ha bisogno di un solo consulente fiscale, di un solo consulente del lavoro, di un solo avvocato e così via. Negli USA nessun avvocato si azzarda ad esprimere un’opinione su una situazione governata dalle leggi di uno Stato diverso da quello ove lui si trova ad esercitare: il nostro imprenditore avrà bisogno di un’intera legione di consulenti, dovrà ascoltarli tutti e metabolizzare il tutto per il suo decision making.

Altro esempio: UPS (che è UPS, non la Rossi e Figlio Trasporti) rifiuta di trasportare vino da e per molti Stati dell’Unione. Immagino non sia un business da buttar via, specie durante le festività. Perché un gigante come UPS, che può sicuramente accedere alle migliori consulenze, getta la spugna? Semplice: la legislazione di questi stati è talmente complicata che il gioco non vale la candela.

Mi si può legittimamente obiettare che gli USA sono, a dispetto di tutte le mie argomentazioni, la realtà economicamente più vitale del pianeta. Vero, naturalmente. Infatti non ce l’ho con gli USA, ma con gli apprendisti stregoni di casa nostra. Gli USA nascono come una realtà federale. Hanno adottato istituzioni federali uniformi sin dove loro è piaciuto, e sono orgogliosi della loro autonomia statale in ogni altro campo. I governatori statali che avallano condanne a morte a mucchi mi provocano accessi di furore, certo. Sono anche terrorizzato dall’idea che certe funzioni vitali siano affidate a funzionari di nomina locale. Preferisco, in tutta sincerità, essere indagato da un carabiniere che viene da tutt’altra parte del Paese ed a cui non importa nulla delle piccole beghe locali, piuttosto che da uno sceriffo il cui rinnovo in carica dipende dal mio avversario politico locale. Nessuno mi toglie dalla testa che il celebre e tragico caso di Novi Ligure (Erika ed Omar) non sarebbe pervenuto agli esiti che conosciamo se affidato ad una polizia locale dipendente in tutto e per tutto (stipendio del capo compreso) dal sindaco leghista. C’erano pronti i colpevoli perfetti (albanesi, mi pare di ricordare), si stava già radunando la folla, bastava (ooopppsss) farsi sopraffare dalla folla inferocita, linciaggio e caso chiuso. Prima di accusarmi di farneticazione, richiamiamo per favore alla mente le cronache USA, che sono piene di episodi del genere.

Quando si parla dell’America, però, non posso che riconoscere la vitalità dell’insieme. Qui da noi si tratterebbe invece di buttare a mare quello che, per quanto ridicolo suoni, è obiettivamente un vantaggio del sistema Italia, e cioè l’uniformità normativa sul territorio, per sostituirlo con localismi senza fiato, senza spina dorsale e senza prospettiva. Nessuno si illuda: Schwarzenegger farà anche notizia, ma (primo) lui è un attore di Hollywood e (secondo) la California è la quarta economia del mondo, cioè un bel po’ più grande dell’Italia, che al più può consolarsi provando a restare davanti al secondo stato USA, l’Empire State, New York. Le singole regioni italiane? Non scherziamo …

A proposito di Schwarzenegger. Mentre mangio un boccone in un posticino lungo la strada (veramente non è proprio un boccone, è una T-bone, divina come sempre) ascolto con qualche fremito una sua conferenza stampa in TV. Risponde a braccio ai giornalisti. Mi sembra che parli un inglese migliore di quello di GeorgeW. Il suo approccio politico pare più maturo di quello di GeorgeW. Mi sembra più tollerante di GeorgeW. Più aperto di GeorgeW. Più colto di GeorgeW. Mi sembra meglio di GeorgeW. Qualche volta, diceva Woody Allen, mi vengono in mente idee che non condivido.

In una splendida giornata di sole rientro a Boston. Stavolta sono passato lungo il mare, attraversando anche l’Acadia National Park: come di rito ho mangiato per pochi dollari gli astici bolliti nei forni di mattoni lungo la strada e la sera ho cenato a Portland con un ottimo Zinfandel (dal vitigno che noi chiamiamo Primitivo e i croati Crljenak). Una sosta ad Harvard mi costa 25 dollari di contravvenzione: ho parcheggiato vicino ad un idrante. Mia mamma da casa se la ride di gusto: guardassi più telefilm saprei che in America gli idranti sono sacri. Mica ha torto. Lascio la macchina in aeroporto e proseguo in taxi per il centro. Il mio autista è un tecnico software di Lotus (quella di 1-2-3), licenziato dopo l’assorbimento da parte di IBM. Non conosce il mio alberghetto, la via non gli dice nulla, ma si illumina quando gli spiego che è davanti all’auditorium della Boston Symphony Orchestra (l’ho scelto per quello). Gli piaceva la musica classica, quando poteva permettersela. Ma la Boston Symphony stasera non è musica, è luce e miele. Ho ascoltato i Berliner, la London Symphony, la Staatskapelle di Dresda ed altre grandi orchestre, ma qui, almeno stasera, siamo su un altro pianeta. E rispetto all’America profonda, la colta, raffinata ed europea Boston sembra in tutti i suoi aspetti un altro pianeta, a cominciare dall’enfant du pays prediletto, John Fitzgerald Kennedy. Guardi le sue immagini in bianco e nero, che tuttora vendono in cartolina, e poi vedi GeorgeW in TV. Ognuno ha il leader che si merita, suppongo.

La notizia del giorno, a Boston, non è Schwarzenegger, di cui non pare importare granché. I Red Sox, la squadra di baseball locale, non vincono un campionato dal 1918 (peggio del Genoa, ed è detto tutto) ma stavolta sono in semifinale. E non contro una squadra qualunque, contro gli odiati New York Yankees. Perderanno, naturalmente, ma non prima di aver fatto impazzire tutta la città. Persino le librerie hanno montato vetrine che contengono solo libri sui Red Sox. L’ultima voce che mi accompagna mentre entro nel 747 che mi riporta in Europa è quella di un emozionantissimo speaker dell’aeroporto Logan che annuncia i Red Sox in temporaneo vantaggio sugli Yankees. Finirà diversamente, ma coraggio: c’è sempre un altro campionato e c’è sempre una prossima volta. Lasciatevi consolare: ho moglie ed amici genoani e me ne intendo.

ugo bechini

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Qualche fonte (links verificati il 23/10/03; in linea di principio non saranno aggiornati):
  • per i Liquor Store del New Hampshire, http://www.state.nh.us/dot/turnpikes/tpkhome.htm
  • per la legislazione societaria del Delaware, la prolusione del mio amico Alan Palmiter, professor presso la Law School della Wake Forest University, al corso 2003/2004 della Scuola di Notariato di Milano, in corso di pubblicazione
  • per la vicenda di UPS ed il vino, The Wine Spectator, 25/7/03, http://www.winespectator.com/Wine/Daily/News/0,1145,2143,00.html
  • per la vendita domenicale dell’alcool in Maine, http://www.pressherald.com/news/state/031009alcohol.shtml